La sfida dell’intelligenza artificiale in medicina generale è più culturale che tecnologica. È quanto emerso di recente su Medico e Paziente, e i dati più aggiornati confermano questa lettura con una nettezza quasi scomoda. Non si tratta di un’ipotesi per il futuro: è già la fotografia di oggi, e i numeri circolati nei primi mesi del 2026 ne confermano l’urgenza.
Il punto di partenza: un uso diffuso, non governato
Sappiamo che i medici di medicina generale utilizzano già piattaforme di intelligenza artificiale generaliste, non progettate per il contesto clinico, spesso senza reale consapevolezza dei rischi. L’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano dà a questa osservazione una dimensione precisa: quasi la metà dei medici di medicina generale italiani, e circa un quarto degli specialisti, ha già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa nella propria pratica clinica. Non un’avanguardia isolata, ma una pratica ormai maggioritaria in alcuni segmenti della professione.
Il dato più significativo, però, riguarda la trasparenza interna: oltre due terzi degli operatori sanitari italiani ammette di utilizzare l’IA senza informarne i propri vertici aziendali. È il fenomeno che nel settore viene ormai definito Shadow AI, e i dati confermano che non è un’eccezione, ma la norma.
Perché il fenomeno cresce: la pressione del carico amministrativo
Un aspetto che merita di essere approfondito, alla luce delle indagini internazionali più recenti, è la ragione per cui i professionisti ricorrono a strumenti non autorizzati. Le linee guida internazionali stimano che gli adempimenti amministrativi richiesti oggi alla medicina di base necessiterebbero, in teoria, di quasi 27 ore al giorno per essere assolti secondo gli standard raccomandati — un dato che da solo spiega perché uno strumento capace di velocizzare anche solo una parte del lavoro burocratico diventi irresistibile, autorizzato o meno.
Un’indagine internazionale condotta da CITE Research per conto di Wolters Kluwer Health, diffusa a gennaio 2026, aggiunge un ulteriore livello di dettaglio: circa quattro professionisti su dieci erano già a conoscenza dell‘uso di strumenti non autorizzati da parte di colleghi, e circa uno su sei ammetteva di averli usati personalmente, con un caso su dieci di utilizzo diretto nell’assistenza al paziente. Tra i medici, la motivazione dichiarata più spesso non era l’efficienza in sé, ma lacuriosità di sperimentare: un dettaglio che rende ancora più necessaria una formazione strutturata, capace di trasformare la sperimentazione spontanea in competenza guidata.
Il costo del vuoto di governance
La mancanza di formazione è collegata al rischio di violazioni della privacy dei pazienti. I dati sulla cybersicurezza sanitaria danno a questa preoccupazione una scala quantificabile. Il Rapporto Clusit 2026 dedica un intero approfondimento alla fragilità digitale del comparto sanitario, segnalando una crescita robusta degli incidenti informatici gravi in Italia nell’ultimo anno. A livello globale, gli attacchi informatici andati a buon fine contro strutture sanitarie sono più che quintuplicati rispetto al 2020, con una media di decine di attacchi al mese.
Non si tratta di un rischio astratto: le survey internazionali indicano che la maggior parte delle organizzazioni sanitarie coinvolte in incidenti di sicurezza legati all’intelligenza artificiale non disponeva di controlli di accesso adeguati, né di policy specifiche di governance dell’IA. È precisamente il “vuoto di governance” che oggi rappresenta la priorità formativa più urgente per il settore — non un’ipotesi accademica, ma la causa ricorrente degli incidenti già avvenuti.
Anche le istituzioni si stanno muovendo in questa direzione: la Commissione Europea ha varato un piano d’azione dedicato al rafforzamento della cybersicurezza di ospedali e prestatori sanitari, mentre in Italia l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale è già intervenuta direttamente per ripristinare servizi ospedalieri colpiti da attacchi informatici, comprese aree critiche come oncologia e pronto soccorso.
Dalla diagnosi alla cura: le priorità formative
Tra le priorità formative più spesso richiamate dal dibattito in corso figurano: formatori qualificati, obiettivi differenziati, capacità di interrogare correttamente i sistemi di IA, formazione su privacy e dati. I numeri raccolti in questi mesi permettono di aggiungere una quinta priorità, forse la più urgente: la formazione alla cybersicurezza di base non può più essere trattata come un tema per soli specialisti IT. Va integrata nella formazione clinica ordinaria, perché il punto debole non è quasi mai la tecnologia in sé, ma l’assenza di consapevolezza di chi la usa ogni giorno.
Questo è, in fondo, l’argomento più solido a sostegno di una sfida che è prima di tutto culturale: se fosse davvero solo tecnologica, basterebbe aspettare che gli strumenti migliorino. Ma se la sfida è culturale, l’unica risposta possibile è la formazione continua, progettata bene, con obiettivi specifici e docenti realmente competenti. Esattamente ciò che un provider ECM serio dovrebbe poter offrire.
Perché riguarda anche chi organizza formazione ed eventi scientifici
Per chi progetta percorsi ECM o costruisce il programma scientifico di un congresso, questi dati offrono un’indicazione operativa precisa: un modulo sull’intelligenza artificiale che non affronti anche il tema della sicurezza dei dati e della gestione del rischio digitale è, oggi, un modulo incompleto. Non è più un argomento riservato a corsi specialistici di informatica medica: è una competenza di base, alla pari dell’aggiornamento clinico, che riguarda ogni professionista che nella propria pratica quotidiana — consapevolmente o meno — sta già usando questi strumenti.
Articolo costruito a partire da: Silvia Pogliaghi, “Medicina generale e IA, la sfida è più culturale che tecnologica”, Medico e Paziente, 22 giugno 2026, con dati integrativi da Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, Rapporto Clusit 2026, indagine Wolters Kluwer Health/CITE Research (gennaio 2026) e Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale.

